Introduzione

Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d'isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l'immagine del suo volto.

Jorge Luis Borges, Epilogo da L'artefice, 1960

lunedì 12 settembre 2016

Inaugurata la lettura in digitale

Dopo lunghi tentennamenti faccio il primo passo nella lettura in digitale. Il grande pro muoveva da una considerazione economica. Il grande contro era il tradimento dell'oggetto libro tangibile ed afferrabile.
Ad inaugurare la lettura in e-book è stato "Specie di spazi " di George Perec che, con parole che sento di aver pensato identiche, nel mo così saluta:

"Scrivere: cercare meticolosamente di trattenere qualcosa, di far sopravvivere qualcosa: strappare qualche briciola precisa al vuoto che si scava, lasciare, da qualche parte, un solco, una traccia, un marchio o qualche segno."


domenica 24 luglio 2016

Il cielo sopra Berlino o la terra sotto il cielo - Parte 3


All'esterno

Non riesco a trovare la Potsdamerplatz.
No, credo sia qui.
No, no. Non può essere.
Perchè alla Potsdamerplatz c'era il Cafè Josty.
Ci venivo il pomeriggio a chiacchierare e a bere un caffè.
Guardavo la gente, dopo aver fumato i miei sigari da “Lohse & Wolff”.
Una tabaccheria prestigiosa proprio qui di fronte.
Allora, non può esser qui la Potsdamerplatz, no.
Non si incontra nessuno a cui poter chiedere.
Era una piazza animata.
Tram, omnibus a cavalli e due auto: la mia e quella della cioccolata Hamman.
Anche i magazzini Wertheim erano qui.
E poi, all'improvviso, là
sventolarono delle bandiere.
L'intera piazza ne era piena.
E la gente non era più gentile
e neanche la polizia.
Ma non mi do per vinto
finché non ho trovato la Potsdamerplatz.

Dove sono i miei eroi?
Dove siete voi, figli miei?
Dove stanno i miei?
Gli ottusi, quelli delle origini?

Chiamami, o musa, il povero immortale cantore
che, abbandonato dai mortali suoi uditori,
perse la voce lui che,
angelo del racconto,
è diventato il suonatore d'organetto là fuori,
ignorato e deriso,
alle soglie della terra di nessuno.

Narrare e vivere non possono mai essere del tutto cose distinte pena falsità e pochezza. La stessa falsità e pochezza di certe omelie ed esternazioni di pio sentimento. Il vecchio cerca la piazza dove guardava la gente, dove fumava e beveva il caffè. Dove si coinvolgeva secondo la sua indole e sensibilità prima che la gente non smise di perdere la gentilezza con la cui fine fece sparire anche la piazza, e gli uomini, e la ragione d'essere del cantore senza uditori.
E senza ascolto non si riesce neanche più a capire, a vedere.


Altra scena

Solo le strade romane portano ancora lontano,
sono le tracce più antiche, portano più lontano.
Qui, dov'è il colle?
Anche la pianura, anche Berlino
ha i suoi colli nascosti,
e là soltanto inizia il mio paese,
il paese dei racconti.
Perché tutti, già da bambini,
non vedono passaggi, punti e interstizi
giù sulla terra e su nel cielo?
Se ognuno li vedesse
ci sarebbe una storia senza assassini né guerre.

Finale

Nominami gli uomini e le donne e i bambini
che cercheranno me, il loro narratore,
cantore e corifeo perché essi
hanno bisogno di me
più di ogni altra cosa al mondo.

Siamo tutti sulla stessa barca.

L'ascolto di un senso che illumini la noia, la desolazione, l'alienazione torna essenziale. Senso che non è fine, immediato scopo, giustificazione economica e funzionale, utilità tecnica1. Senso e vita sono sulla stessa barca.






Appendice

La parte non letta nel film dell'Elogio dell'infanzia di Handke

Quando il bambino era bambino,
non riusciva ad inghiottire gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
il cavolfiore bollito,
ed ora mangia tutto, e non solo per necessità.
Quando il bambino era bambino,
si risvegliò una volta in un letto estraneo,
ed ora gli accade sempre,
gli apparivano belli molti uomini,
e adesso soltanto in rari casi,
si rappresentava nitidamente un paradiso,
e adesso lo può al massimo intuire,
non riusciva ad immaginare il nulla,
ed oggi rabbrividisce al suo pensiero.
Quando il bambino era bambino
giocava con entusiasmo
e adesso è così preso dalla cosa come allora
solo se questa cosa è il suo lavoro.
Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.
Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano,
come solo le bacche sanno cadere.
Ed è ancora così.
Le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così.
Ad ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora più alta,
e in ogni città sentiva nostalgia di una città ancora più grande.
E questo, è ancora così.
Sulla cima di un albero,
prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi.
Aveva timore davanti ad ogni estraneo,
e continua ad averne.
Aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.
Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone, come fosse una lancia.
E ancora continua a vibrare.»

Peter Handke



1Vedere a riguardo il capitolo “Scopo e senso” in Romano Guardini, L'opera d'arte, Morcelliana, Brescia, 1998

venerdì 22 luglio 2016

Il cielo sopra Berlino o la terra sotto il cielo - Parte 2

Biblioteca 1

Narra, musa del narratore,
l'antico bambino gettato ai confini del mondo
e fa che in lui
ognuno si riconosca.

Col tempo quelli che m'ascoltavano
sono diventati miei lettori
e non siedono più in circolo
ma ognuno per sé
e nessuno sa nulla dell'altro.

Un vecchio sono io,
di voce stridula,
ma il racconto si leva ancora dal profondo
e la bocca lievemente aperta lo ripete,
con forza e facilità,
una liturgia dove nessuno va iniziato
al senso delle parole e delle frasi.

Il narratore invoca la musa perché faccia riconoscere ogni uomo nel bambino gettato nel mondo. Che ispiri in ognuno il ritorno all'infanzia curiosa e creatrice continua di senso. Un infanzia di relazioni che si aprono, ben disposte a priori, feconde prima di perdere la freschezza che porta a far sì che “nessuno sa nulla dell'altro.”
La narrazione del vecchio continua nella fatica non del suo farsi ma del suo accogliersi. Il vecchio appare come voce del mondo, distaccato da esso però. Preservato dai tumulti si dirà. Come se per guardare, cogliere e poi dire con sapienza servisse una distanza, la forza per allontanarsi temporaneamente dalle lotte di ogni giorno, dalle fatiche, dalle ansie per cogliere non la superficie ma il profondo.
Narrare/scrivere e vivere sembrano quasi dover allontanarsi perché o l'una o l'altra condizione sia piena. Torna alla mente la celebre frase di Cesare Pavese: “Ho imparato a scrivere, non a vivere.”


Biblioteca 2

Il mondo sembra oscurarsi,
al crepuscolo,
ma io lo racconto, come all'inizio,
con la mia cantilena che mi tiene in vita,
dispensato dai tumulti dell'ora
e risparmiato per il futuro.

Basta con l'espansione del tempo
avanti e indietro nei secoli.
Posso pensare solo da un giorno all'altro.
I miei eroi non sono più guerrieri e re, ma
i fatti di pace,
uno vale l'altro.
Le cipolle messe a seccare buone come
il tronco d'albero
che porta attraverso la palude.

Ma ancora nessuno è riuscito a cantare
un Epos di pace.
Cosa c'è nella pace che
alla lunga non entusiasma e
che non si presta al racconto?
Devo darmi per vinto, ora?
Se mi do per vinto allora
l'umanità perderà il suo cantore.
E quando l'umanità
avrà perso il suo cantore
avrà perso anche l'infanzia.

Quando ritroviamo il vecchio narratore la seconda volta troviamo un'amara constatazione: “Ma ancora nessuno è riuscito a cantare un Epos di pace.” Questo è il centro della poetica del vecchio. Tentare di narrare fatti di pace. Una nuova epica con tutta la sua forza, la sua gloria che non ha però da celebrare vinti, vincitori e sangue. Un'epica forse statica, silenziosa che fa fatica a smuovere gli animi. L'unica però che vale la pena costruire e narrare.
Dietro i lineamenti del vecchio mi immagino in trasparenza quella di generazioni di gente semplice, umile dedica al lavoro e alla famiglia, immagino i racconti dei miei nonni, immagino ciò che di buono ogni giorno è stato fatto senza clamore, immagino parole di conforto, perdono.
Immagino le tradizioni delle figure dei saggi o la lontana leggenda, sorta forse come mito per la condanna, dell'ebreo errante. L'uomo che, non avendo riconosciuto il Cristo, rifiutandolo come molta parte del suo popolo, viene condannato a vivere per sempre fino al suo definitivo ritorno. La condanna a vivere quindi e a vedere le persone amate abbandonarlo, la condanna a camminare sempre nell'attesa di riconoscerlo e liberarsi ma anche la possibilità di conoscere, di vedere, di non essere schiavo della velocità. Un'immagine che, non badando al giudizio antisemita, fotografa la condizione dell'umanità in sé. Esule continua, in cammino ma entusiasta più di dominio e potenza che non d'epica pacifica senza eroi e guerrieri. L'epica del paradiso perduto che l'umanità ed ogni uomo ha lasciato e lascia ogni giorno. Il paradiso che non è altrove ma in terra, sotto il Sole. E quindi ben più antica della maledizione della tradizione dell'ebreo errante è quella della cacciata dell'uomo da leggere ed interpretare ogni volta non nella letterarietà ma nel profondo.

Il racconto della Pace è l'indagine sul reale al di là delle malattie che lo insidiano. L'indagine che muove Qohelet nella desolazione del non senso dove tutto è vanità. A riguardo è sempre essenziale nella sua brevità un piccolo libretto del Cardinale Gianfranco Ravasi (Qohelet e le sette malattie dell'esistenza, Qiqajon).


giovedì 21 luglio 2016

Il cielo sopra Berlino o la terra sotto il cielo - Parte 1

Pubblico nel blog alcune rapide riflessione scritte rapidamente ma tenute in sedimentazione da lunghissimo tempo. Possano far la loro strada e magari tornare per altre vie...



Un po' di anni fa, non ricordo se avevo già finito il Liceo, ritagliai dalle pagine di Repubblica delle fotografie naturalistiche per nulla banali. Ne ricordo una in particolare: quella della coda di un grosso rettile sopra una pozza d'acqua. Nell'articolo si parlava di un fotografo brasiliano, Joao Salgado, che si era dedicato ad un progetto fotografico dal titolo “Genesi”. Le immagini tratte da questo lavoro, dal titolo chiaramente fondativo di un'opera che anela ad un pubblico universale e di ogni tempo, erano foto in bianco e nero, di grande forza. Sembravano arrivare da un tempo più antico della storia. Evocavano scene che anticipavano la comparsa dell'uomo e che lo rimetteva entro i suoi limiti di ospite ultimo e giovane di una terra ben più antica.
Rimasi molto colpito dalla carica di suggestioni di quel lavoro. Tenetti ben a mente il nome di Salgado scoprendo poi gli altri suoi lavori fotografici. Recentemente l'ho riavvicinato per altra via. Non più attraverso le sue mute ed eloquenti foto ma grazie ad un film-documentario che Wim Wenders gli ha dedicato volendo illustrare la sua opera e la sua vicenda umana e artistica insieme. Un film lento. Lento come ogni cosa che vuol insegnare il tempo per l'ascolto, il silenzio, lo sguardo nelle cose. Ed un film a tratti faticoso e duro da digerire per la partecipazione alle immagini di maggior crudezza che Salgado ha raccolto nei suoi lavori di indagine della realtà degli ultimi del mondo. Nei progetti fotografici in cui si è trovato a narrare di migrazioni, fame, sofferenza e violenza. Sì perché le fotografie senza parole raccontano e lasciano nel tempo fermo dello scatto lo spazio per popolare quell'istante infinito di riflessione, ascolto, domande.
Wenders ha certo familiarità con il racconto per immagini. E come regista, mi concedo un'osservazione senza pretendere perizia e conoscenza, ama avvicinare la fotografia con lunghe scene ad inquadratura fissa e quasi senza azione apparente.
Il cielo sopra Berlino” è un film che mi ha colpito con la stessa intensità con la quale mi colpirono le foto di Salgado. Carico di suggestioni e anche solo per il fatto di rimanere idealmente non concluso, senza tener conto delle decine di voci diverse che per frammenti lo popolano lasciando istantanee sulle loro vite, ha una grande apertura che la sensibilità dello spettatore può “abitare”.
Mi piacerebbe scriverne. Non ne voglio fare un commento. Non lo voglio recensire. Non lo voglio analizzare. Vorrò parlarne per quello che è riuscito ad ispirarmi. Ne scriverò senza rivederlo perché più che la fedeltà e la correttezza ritengo importante ciò che conservo. Ciò che io ho accolto e rielaborato magari traviando o fraintendendo o mescolando ad altre cose che nel frattempo gli si sono andate a sovrapporre. L'unica cosa concreta e ferma sulla quale mi voglio poggiare sono le parole del film, che un tempo mi ero appuntato, ed il testo della poesia “Elogio dell'infanzia” (Lied vom Kindsein) di Peter Handke, che collaborò al film con Wenders, recitata all'apertura e successivamente. Le parole che mi ero appuntato sono invece quelle recitate da un anziano personaggio, un narratore. Il personaggio del vecchio narratore mi è particolarmente caro.
In apparenza sono parole distanti: parole dell'infanzia e parole della fatica del tempo.

Così si apre il film:

«Quando il bambino era bambino,
se ne andava a braccia appese.
Voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente,
e questa pozza il mare.
Quando il bambino era bambino,
non sapeva d’essere un bambino.
Per lui tutto aveva un’anima,
e tutte le anime erano tutt’uno.
Quando il bambino era bambino,
su niente aveva un’opinione.
Non aveva abitudini.
Sedeva spesso a gambe incrociate,
e di colpo sgusciava via.
Aveva un vortice tra i capelli,
e non faceva facce da fotografo.

[interruzione]

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
Perché io sono io, e perché non sei tu?
Perché sono qui, e perché non sono lì?
Quando è cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio?
La vita sotto il sole, è forse solo un sogno?
Non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo,
quello che vedo, sento e odoro?
C’è veramente il male?
E gente veramente cattiva?
Come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare?
E che una volta io, che sono io,
non sarò più quello che sono?


Le parole della poesia evocano l'età che sembra essere perduta, ormai lontana. “Quando il bambino era bambino” e ormai non più. Mettono insieme con semplicità la leggerezza dell'infanzia, la libertà e al tempo stesso la fantasia e lo sguardo vitale sulle cose, ancora incantato. E nell'ingenuità incrociano grandi temi che forse crescendo si tengono lontani perché stanchi del fatto di non trovare mai la risposta ultima.
Sembra quasi essere speculare al brano della prima lettera ai Corinzi di San Paolo (1Cor 13,11-12)

Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.”

Quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino” dice San Paolo. Sembra dire, nel contesto dell'intero brano, che come la condizione dell'infanzia viene superata così quella dell'imperfezione della nostra conoscenza sarà superata quando vedremo Dio. Ma non è forse un ritorno a quell'infanzia, e non il suo abbandono, che nel Vangelo ci viene indicato come via per il Regno dei Cieli? (Mt 18,3)
Nei versi che aprono il film appare forte l'infanzia delle domande, della capacità di incuriosirsi, di partecipare, del dubbio che non è angoscioso. Versi che suonerebbero strani agli angeli del film, guardiani e custodi degli uomini, perfetti ma distaccati, incapaci di sentire e provare le esperienze umane.

Alle parole dell'Elogio dell'infanzia seguono più avanti nel film quelle che si possono ascoltare nella testa e nel pensiero di un vecchio personaggio. Un anziano, Omero, che si riconosce come narratore. Non del film ma narratore in sé. Lo si incontra all'interno della grande Biblioteca di Stato di Berlino, quella dell'architetto Hans Scharoun. Sono parole che richiamano l'antica epica e subito riappare, introdotta dall'invocazione alla musa, il bambino.