Il 19 Novembre finalmente uscirà il mio primo libro. La frase suona male. Essenzialmente per un motivo: pubblicare potrebbe anche essere sinonimo di esibizionismo e vanità in un paese dove, a momenti, sono più i libri che si scrivono che non quelli che si leggono. Sarò costretto allora a metter mano alle altre carte per mandare in giro altri manoscritti e pubblicare ancora così da dimostrarmi che il primo libro non è stato un accidente e che forse posso essere una penna discreta e decorosa. Qualcosa d'altro è già abbastanza concreto. Ma... una cosa per volta. Intanto una prima immagine per evocare il libro d'esordio: "L'altra metà del mondo" Italic Pequod, Ancona
Introduzione
Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d'isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l'immagine del suo volto.
Jorge Luis Borges, Epilogo da L'artefice, 1960
Jorge Luis Borges, Epilogo da L'artefice, 1960
mercoledì 7 ottobre 2015
Si esce in libreria!
La data è quella del 19 Novembre 2015. So che qui, in questo blog, non avrà molta visibilità la notizia ma da qualche parte si dovrà pure iniziare a dire, no?
mercoledì 1 luglio 2015
Grecia culla di...
In questa settimana la discussione, in campo già da molto, sulla situazione finanziaria della Grecia, sulla sua posizione nei confronti dei creditori, sul rapporto con gli altri paesi d'Europa è arrivata al massimo grado d'intensità. Tutti la ascoltano, tutti sono coinvolti e quasi tutti vogliono dir la loro anche senza saperne poi molto di finanza, economia, politiche monetarie ed avvicendamento dei fatti. E un discorso fondamentalmente politico ed economico si apre alle riflessioni a monte sui fondamenti della storia e dell'identità europea.
Se parlo di economia non posso far altro che dire inesattezze ed esprimermi con approssimazione e con poco senso. Se parlo della liceità di difendere ad oltranza la posizione della Grecia all'interno dell'Unione per il patrimonio ideale che porta in dote posso già essere più adeguato. Molti lo stanno facendo come se si giocasse uno scontro tra logica economica e spirito europeo. Mi piacerebbe però far altro. Ho ascoltato anche stamattina su Radio3 parecchie voci che osteggiavano lo svilimento e l'umiliazione che colpirebbe la Grecia con il suo possibile allontanamento e gli argomenti sono essenzialmente quelli che accennavo prima.
Ma, c'è un rischio di retorica e astrazione?
Son d'accordo che vada fatto il possibile per evitare che la logica economica smonti il progetto di un'unione tra diversità e complessità ma il rischio c'è ed è lo stesso rischio dell'orgoglio, spesso italiano, della celebrazione vuota del passato. Quella celebrazione in superficie sentita e giusta ma fatta solo in caso di utilità, alla bisogna. Una celebrazione in cui ad una pochezza attuale ci si fa grandi di un passato per buona parte sconosciuto, non coltivato, lontano. Un passato che è di altri e di cui si è solo eredi per uno strano frutto del caso. L'orgoglio di credersi nello spirito romani potenti ed ingegnosi, artisti e letterati rinascimentali, stoici risorgimentali... L'orgoglio vuoto ed infruttuoso del considerarsi migliori perché eredi di generazioni passate generatrici di un patrimonio a cui attingere.
Può essere pigra retorica? O peggio, falsa retorica? Falsa come quella dell'attingere ad una radice ed un'identità cristiana da parte chi a malapena sa cosa sia il Vangelo per marcare il territorio contro la prospettiva di un progressivo meticciato con altre culture?
Questa retorica è il nostro rischio, così come lo è per i greci o per tutti coloro, scendendo di scala, che devono reggere il confronto con genitori e nonni grandissimi.
martedì 31 marzo 2015
Ci dovremmo essere...
Scrivere qui è un pò come nascondere nelle milioni di pagine online. E' un pò come sentirsi soli in una città di dieci milioni di persone. Così, di nascosto, nella vita reale ho portato avanti un progetto in completo nascondimento pur avendolo in qualche modo dichiarato e anticipato qui.
Bene... se qualcuno dovesse riprendere i post legati al Tag "scrittura" scoprirà accenni ad un'idea di racconto da scrivere ormai vecchia di anni.
A breve ci sarà davvero un libro in carne e ossa o, meglio, in inchiostro e carta. L'idea si è concretizzata e sto per pubblicare il mio primo libro. Era pronto in un cassetto da più di un anno. Adesso che se ne esce per offrirsi alla lettura di altri la tentazione di tirare fuori dal cassetto anche il resto. Vedremo...
Bene... se qualcuno dovesse riprendere i post legati al Tag "scrittura" scoprirà accenni ad un'idea di racconto da scrivere ormai vecchia di anni.
A breve ci sarà davvero un libro in carne e ossa o, meglio, in inchiostro e carta. L'idea si è concretizzata e sto per pubblicare il mio primo libro. Era pronto in un cassetto da più di un anno. Adesso che se ne esce per offrirsi alla lettura di altri la tentazione di tirare fuori dal cassetto anche il resto. Vedremo...
Articolo Quid Culturae Febbraio 2015 - I luoghi del Silenzio
Riflettere attorno alle grandi parole, quelle di sempre, quelle pesanti e solide, quelle universali è un po’ come attaccarle con un martello, colpirle, cercare di scheggiarle e magari di far scoccare nell’urto qualche scintilla illuminante senza il timore di far sgretolare questo grande masso che esse sono. Silenzio è una di queste grandi rocce.
Il tema è per sua natura legato a quello della parola e del linguaggio e non credo di potermi permettere di giocare con troppe discipline spaziando da un campo ad un altro, dalla linguistica alle arti. Sul tema non perdo però mai l’occasione di suggerire e citare invece il libro “Silenzi eloquenti” di Carlos Martì Arìs che in qualche modo lo fa. Sorvolerei anche l’eterna questione della legittimità o meno del parlare d’architettura come un linguaggio in tutto e per tutto, individuare la natura dei significati e dei significanti, ecc.
Con poche righe mi piacerebbe solo volare leggero sopra al tema così che forse risulti più significativa la pausa della lettura tra una frase e l’altra che non la meccanica della riflessione.
Il primo rischio quando si affronta un tema monografico, un po’ come succede ai maturandi quando si avvicinano alla cosiddetta “tesina” multidiscilpinare, è raccogliere e cercare di tessere insieme ogni cosa associata almeno per rimando di parola o vago nesso di concetto in una grande costruzione che però appare inevitabilmente slegata e disarmonica. Il pericolo è quello di leggere tutto con la stessa chiave di lettura appiattente come nel detto americano, erroneamente attribuito a Mark Twain, “se hai un martello in mano, inevitabilmente tutto ti sembrerà un chiodo” (detto derivato da una frase dello psicologo statunitense Abraham Maslow in Psicologia della Scienza, 1966: «Suppongo che, se l’unica cosa che hai è un martello, sia allettante trattare tutto come fosse un chiodo»).
Ecco quindi che le prime riflessioni che mi sono appuntato su un foglio per entrare nel tema sono risultate le meno originali ed illuminanti. Il vuoto è certo lo spazio tra la parole, meglio lo spazio delle parole e non semplicemente la sua assenza o la sua incapacità, il mutismo o l’inespressività. E’ lo spazio per l’ascolto, lo spazio per il vuoto. Lo spazio che accoglie ma che forse è sorgente da cui può sgorgare un significato. È lo spazio dell’essenziale, senza finzioni o “rivestimenti”. In architettura è lo spazio nella/tra/per la vita. E’ l’immagine della figurazione architettonica del classico, della laconicità elegante che è in sé compiuta e che rigetta quindi il decoro superfluo ma è anche la laconicità faticosa ottenuta per pulizia e sottrazione quasi mistica di Mies van der Rohe o l’atemporalità delle opere di Louis Kahn, testimone, come l’architetto tedesco, di una modernità diversa da quella chiassosa, veloce e rumorosa di industria e lampi proclamata da Marinetti.
Mi appuntavo che quando si porta all’assoluto il tema del silenzio si arriva inevitabilmente a pensare ai luoghi del sacro e ai monumenti…..
Poi, ho cercato di sgombrare la testa di concetti e cultura per riprovare un’esperienza. E’ così che sono tornato alla suggestione delle cosiddette torri del silenzio, gli antichi luoghi della religione zoroastriana legati al commiato dei defunti. L’esperienza delle torri di Yazd, in Iran, è per me l’articolo migliore per parlare di un’architettura del silenzio. Nessuna lunga spiegazione o lezione è necessaria per cogliere quanto davvero il valore della parola silenzio sia nella natura del luogo. Ampi cerchi in alto sui monti fuori dalla città, senza decori ma perfetti, roccia modellata su roccia, larghi recinti verso il cielo dove anticamente il defunto veniva lasciato perchè fossero gli uccelli a smembrarne il corpo inanimato perchè non rendesse impura la terra o il fuoco con la sepoltura o la cremazione. Luoghi dove solo il cielo ed il vento hanno il diritto di parola. Solo con la concretezza di questo luogo mi inizia ad essere chiaro cosa possa voler dire quell’appunto banale: il silenzio è lo spazio da cui può sgorgare un significato. E sembra prendere corpo qui anche il racconto del profeta Elia sul monte Oreb che accoglie il mormorio di un vento leggero e si coglie l’essenziale esigenza umana di sospendere parola e azione per ricrearsi. Esigenza, che al di là di ogni tradizione sacra, è di ognuno di noi come anche i padri nobili dell’urbanistica moderna uniti nel CIAM (Congresso internazionale di architettura moderna) sancirono nella Carta di Atene del 1938 quando stabilirono quattro essenziali funzioni dell’uomo nella città: abitare, lavorare, circolare e ricrearsi ovvero coltivare corpo e mente. Non è come il comando di santificare le feste ma è un chiaro riconoscimento del valore universale della sospensione del clamore e di ogni frenesia, del silenzio, dell’ascolto.
Si può tornare a ribadire che il silenzio sia sorgente da cui può sgorgare significato e quindi vita, in definitiva.
E quindi è forse più sensato non cercare una legge, una codificazione del significato nelle arti e in architettura di silenzio come categoria critica o estetica ma di cogliere e prendere come propri quei luoghi capaci della suggestione che sospende il tempo e la parola con una promessa di un senso più profondo ed un significato in esso custodito: il sobrio edificio rurale, i potenti pilatri di una chiesa romanica, il rudere o forse, richiamo più misterioso, il monolite di 2001 Odissea nello Spazio.
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lunedì 8 settembre 2014
Riflessione agostana e vagante...
Articolo per il numero di settembre della rivista on line Quid Culturae www.qculturae.it/
Una decina di giorni fa leggevo sul giornale uno dei vari e magari scontati articoli che per sommi capi elogiava le virtù di un sano riposo del cervello in estate. L’articolo, su La Repubblica, prendeva le mosse da uno studio del 2011 dei neuroscienziati Daniel J.Levitin e Vinod Menon che spiega come il nostro cervello funzioni secondo due reti neuronali che agiscono in alternanza “come un’altalena a dondolo nel cervello”. Banalizzando moltissimo la questione, una rete è attiva nella concentrazione mentre l’altra lascia la nostra mente vagare. A regolarle nel loro alternarsi provvede un filtro regolato da un’area del cervello collocata sulla parte superiore del cranio che, se stressato troppo da un bombardamento di notizie, messaggi e informazioni, ci obbliga a frammentare la nostra concentrazione e ci porta all’affaticamento. Ancor prima di elogiare il sonnellino (cosa che mi trova particolarmente d’accordo) per recuperare forze mentali e non solo l’articolo ci suggerisce di tenere a freno il “multitasking”: concentrandosi, infatti, su una sola cosa per volta per periodi non frammentati si dovrebbe poter notare un aumento della nostra creatività. Lo stesso continua poi: “Diversi studi hanno dimostrato che passeggiare nella natura o ascoltare musica sono attività in grado di innescare la modalità “mente vagante” […] Sognare a occhi aperti produce creatività e le attività creative ci insegnano come agire, ci danno la capacità di cambiare il mondo, di modellarlo a nostro piacimento, di avere un effetto positivo sul nostro ambiente.” Insomma in qualche modo un elogio della leggerezza del pensiero che proprio quando è libero anche di perdere un po’ di tempo ci dona frutti inaspettati e validi.
Scrivo nell’ultimo pomeriggio di ferie e torno a questa lettura fatta perché mi si è allacciato improvvisamente un filo logico tra un po’ di pensieri (forse allora è vero che la mente deve vagare). Sono andato a riprendere il testo in mano convinto di averci letto la prima volta la parola “attività contemplativa” insieme a “creativa”. Leggendo scopro però di essermelo inventato, di averla messa io. Forse l’ho ficcata interpolando tra le parole mente vagante e creativa. O forse ho malinteso … (Cos’è in fondo il malinteso se non quello spazio neutrale e di incomprensione che tradisce la volontà di chi scrive per permettermi di fare mio, e a modo mio, ciò che mi si dice?)
Contemplare: questa era la parola che avevo voluto capire e leggerci e questa era la parola che mi faceva pensare. Mi faceva pensare a questa azione inusuale e forse troppo antica. La dimensione del sostare, del sospendere, dell’aprire lo sguardo e dello svuotarsi dai propri piccoli pensieri. Cosa c’entra tutto questo con un discorso di architettura che mi è stato chiesto? Il nesso essenzialmente sta nel potersi fare questa luogo di contemplazione ma soprattutto luogo del vuoto, della dimensione aperta ad accogliere. Chi ha fatto anche pochi studi di architettura sa che la dimensione essenziale dell’architettura è la sapiente creazione di spazi[1], quello dei vuoti di cui muri, recinti e coperture sono strumento. La natura dell’architettura è proprio la creazione dei luoghi per l’uomo, dei vuoti che può occupare, abitare e vivere. La buona architettura sa offrire i luoghi perché l’uomo possa abitarli compiutamente. Che siano accoglienti, suggestivi, armoniosi e che egli possa riempire col deposito delle proprie esperienze e sogni… luoghi che accolgono, che danno rifugio e calore ma che non impongono, condizionano e schiacciano. Luoghi che possano essere esplorati, dei vuoti attivi che il nostro occhio, le nostre mani ed i nostri piedi esplorano, percorrono, scoprono e stratificano di significati, memorie ed affetti. Dei vuoti emozionanti come quelli delle sculture dell’artista spagnolo Jorge Oteiza[2] che offrono un dentro semplice, solo all’apparenza, da indagare. La buona architettura non teme questo essere vuoto[3]. E un bel vuoto, fecondato dalla luce, posseduto e abitato è anche il luogo della contemplazione: la scena in cui la nostra mente può vagare, popolare, creare, raccogliersi, volare e rasserenarsi. Lo stesso Sant’Ignazio nei suoi esercizi spirituali chiedeva di ricostruire nella mente gli ambienti per la contemplazione del Mistero e del sacro e di collocarsi lì. Una buona architettura è quindi anche uno spazio della contemplazione e della creatività ascetica o ludica. E lo è sia che si parli dei gioielli dell’architettura sacra, delle venerabili biblioteche di antichi monasteri, di studioli quale quello che Federico da Montefeltro aveva ad Urbino, che di modesti studi d’appartamento allestiti con un minimale arredo svedese da montare sia che si parli di studi in penombra con grandi scrivanie in legno che nell’accumulo di carte scritte, volumi, foto e astucci trova la sua aura di sapienza e cultura o di paesaggi urbani e rurali adagiati in piano o inerpicati.
L’occhio (e la mente) dell’uomo è forse più facilmente stimolato dall’eclatante, dal pieno e dal rumoroso, dal grande, dal prezioso e dal nuovo. Tutto questo richiede però tensione e concentrazione, lo stimolo a raffia della prima rete neuronale per riprendere l’articolo da cui sono partito.
L’architettura e la nostra architettura contemporanea stimolano in questo senso (la “nostra” perché il più delle volte quella di valore ci è lontana e nascosta) : ci chiedono attenzione ad ogni angolo. Ci tengono impegnati come nella nostra vita colpita dalle raffiche di sms, tweet, notifiche di facebook ed email, notiziari e pubblicità. La contemporaneità è il luogo, forse solo apparentemente e superficialmente, della ricerca dell’originale, nuovo e accattivante quando non è banale edilizia guidata dal nume del risparmio e del poco problematico. E’ la dimensione della rapidità del social network. Sentiamo che non sta facendo storia e non ne può fare. Al massimo ci attendiamo da essa cronaca e chiacchiera. Non ci vediamo una sostanza di fondo. Forse è per questo che non ci affascina.
Per la nostra “mente vagante”, rasserenante e pacifica, forse ha più fascino non la città della firma, dell’originalità e della sperimentazione ma quella della tradizione, quella canonica, quella omogenea e silenziosa che non segna stonature. Quella che il nostro sguardo percorre senza fatica fino a che non viene condotto ad altri pensieri da un campanile, da un terrazzo, da una loggia in ombra, da un alto muro che lascia intravvedere un giardino nascosto. Quella forse pittoresca di uno qualsiasi dei nostri borghi in terra e argilla cotta, monomaterici, uniformi e vari nella somiglianza. I borghi che di lontano sembrano naturalmente una concrezione di terreno. O quella dell’unicità dell’arcipelago veneziano costruito su un unico modello di edificio pressoché unitario o della densa cittadella orientale in fango e paglia seccati al sole o della rigida città ottocentesca, regolare ed uniforme, abbandonata dal movimento moderno e progettata a partire da sistematici manuali che forse non hanno dato capolavori ma, in effetti, edifici decorosi e gradevoli.
Questi forse sono le città ed i luoghi per la “mente vagante”. Luoghi per la contemplazione ed il sogno, forse semplici e banali ma capaci di contenere appigli per una mente che vuole avere il gusto di distrarsi e di oziare. Luoghi forse anonimi, senza una firma visionaria, luoghi scritti con i poveri strumenti della geometria dell’uomo. Luoghi possibili tutt’ora come nelle Terme dell’architetto Zumthor a Vals o come possibili lo sono stati nella Certosa di Pavia, luogo per la vita raccolta e comunitaria in una sequenza di volumi legati a chiudere un ampio prato quadrato, terreno e aperto a quel vuoto che ci interroga tutti.
[1] Bruno Zevi, Saper vedere l’architettura, 1948
[2] Carlos Martì Arìs, Silenzi eloquenti.Borges, Mies van der Rohe, Ozu, Rothko, Oteiza, 2002
[3] Fernando Espuelas, Il vuoto. Riflessioni sullo spazio in architettura, 2004
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