Quando si decide di pubblicare è scontato che si cerchino lettori ed è naturale che con essi si cerchino dei buoni riscontri. Con piacere ho trovato un ottimo riscontro dalle pagine di una prestigiosa testata e ringrazio Alberto Riva che sul Venerdì di Repubblica ha saputo ben tratteggiare l'essenza di Porta Venezia.
Introduzione
Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d'isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l'immagine del suo volto.
Jorge Luis Borges, Epilogo da L'artefice, 1960
Jorge Luis Borges, Epilogo da L'artefice, 1960
mercoledì 17 aprile 2019
lunedì 6 agosto 2018
Beati i miti
"Se viviamo agitati, arroganti di fronte agli altri, finiamo stanchi e spossati. [...]"
Non molto tempo fa avevo scritto qui parole di lamentela legate ad un clima cupo che offre, bel dono, molti motivi di dispiacere. Sono immerso, e lo siamo in moltissimi, in un tempo che ci invita a non sentire ragioni e a partire sbraitando con le nostre idee, le nostre idiosincrasie e le nostre posizioni con foga ed il coltello tra i denti. Scattiamo in un attimo in strada e al pc. Il tempo di reazione e' compresso come quello che serve per riuscire a comunicare con l'America.
Ci giova? No. Non ci permette di aprire dialoghi, non ci fa arrivare a condividere, non ci calma le delusioni. L'elettrizzazione continua ci consuma dandoci l'illusione di tenerci in vita. Quanto serve un po' di sosta e di autocritica!
Beati i miti, diceva qualcuno.
"[...] Ma quando vediamo i loro limiti e i loro difetti con tenerezza e mitezza, senza sentirci superiori, possiamo dar loro una mano ed evitiamo di sprecare energie in lamenti inutili"
Papa Francesco, Gaudete et exsultate 72
Non molto tempo fa avevo scritto qui parole di lamentela legate ad un clima cupo che offre, bel dono, molti motivi di dispiacere. Sono immerso, e lo siamo in moltissimi, in un tempo che ci invita a non sentire ragioni e a partire sbraitando con le nostre idee, le nostre idiosincrasie e le nostre posizioni con foga ed il coltello tra i denti. Scattiamo in un attimo in strada e al pc. Il tempo di reazione e' compresso come quello che serve per riuscire a comunicare con l'America.
Ci giova? No. Non ci permette di aprire dialoghi, non ci fa arrivare a condividere, non ci calma le delusioni. L'elettrizzazione continua ci consuma dandoci l'illusione di tenerci in vita. Quanto serve un po' di sosta e di autocritica!
Beati i miti, diceva qualcuno.
"[...] Ma quando vediamo i loro limiti e i loro difetti con tenerezza e mitezza, senza sentirci superiori, possiamo dar loro una mano ed evitiamo di sprecare energie in lamenti inutili"
Papa Francesco, Gaudete et exsultate 72
mercoledì 18 luglio 2018
Riprendiamo ad essere umani
Avrei sperato che mia figlia nascesse potendo respirare un'aria piu' salubre. Ancora non puo' distinguerne gli odori ma io la sento decisamente intrisa di fetore.
Negli scorsi dieci anni ho respirato fumi di disillusione e sfiducia. La respiravo e forse la esalavo anch'io, con naturalezza, quell'aria. Ma questo tanfo, ora, mi e' distante e mi schifa. Aria di cattiveria, rabbia, violenza che tutto avvelena.
Ho mal sopportato anni politici che annebbiavano la capacita' di giudizio, farseschi e svilenti ma ora pare che gli istinti piu' malevoli di noi tutti si siano incanalati pericolosamente verso un alveo di un fiume che, sempre piu' gonfio, va ad avvelenare i nostri paesaggi piu' miti.
Umanita', pieta', bonta', calma, pazienza, ascolto sono vacuita' da irridere, come ingenui ammennicoli buoni solo finche' si e' bambini e da ridicolizzare quando si e' invece maturi conoscitori delle cose del mondo.
"Vi stanno fregando, stupidi. Fanno leva su questa cosa per manipolarvi. Dietro questa facciata ci sono interessi e mani che non potete sapere." sembra dire chi sa perche', e[ noto, e' tutto un gioco di cospirazioni, di manovre torbide. Richiamarsi anche solo un attimo all'essere umani e' stupido, dannoso, da censurare. Il nostro contesto sociale e' degradante e fa male vedere come persone vicine, piacevoli alla compagnia, anche apprezzate ed amiche, possano covare e profondere parole disumanizzanti e spietate nel momento stesso in cui fanno il loro lavoro onestamente, si prendono a cuore figli e amici, curano il loro gattino con affetto. Gettano veleno sugli ultimi, i disperati e i deboli, origine, loro e chi li aiuta, di tutti i peggiori mali. Zecche fastidiose e nocive. Si', perche' colpevoli di venire a rubare cio' che e' nostro.
C'e' qualcuno che davvero pensa si possa vedere con favore ed entusiasmo al flusso di un gran numero di disperati che lasciano tutto alle spalle? Che ci si possa dire a favore delle migrazioni? Quando il partire e' una scelta obbligata e disperata non e' mai un bene. Chi e' che parte a cuor leggero quando e' per vivere che lo fa?
E' ovvio che trovar posto in un paese straniero e convivere li' e' difficile. Ci disturba il nuovo collega, non ci piace il condomino troppo espansivo... ancor di piu' chi e' lontano per storia e abitudini, figuriamoci. E poi questi stranieri hanno bisogno di sostentamento, accoglienza e assistenza. Tutto cio' che e' dato a lor e' tolto a me. E' questo il primo pensiero. Ed ecco che dal pensiero che mi tolga risorse e spazio pian piano si fa origine di tutti i mali: incuria, incivilta', poverta', criminalita'... i mali si eliminano eliminando chi li porta. Via il diverso, il tumore, perche' noi siamo sani e onesti e lui ci uccidera' se prolifera.
E' sciocco negare le difficolta' dell'accoglienza, onerosa e scomodante, ma di fronte al punto ultimo e irrinunciabile dell'umanita' e della vita non si puo' essere di pietra.
Ci colonizzeranno! Un paese ed una cultura che teme di essere annacquata e cancellata da una ridicola minoranza percentuale della sua popolazione ha gia' un problema di salute. Sono comprensibili i mille timori ma l'arroccarsi uccide una cultura.
Aiutiamoli a casa loro! Quanti lo dicono con sincera convinzione? Magari si vorrebbe dire: teniamoli a casa loro, lontani, salvando una facciata di benevolenza. Davvero si concorderebbe nello spendere risorse vere per un aiuto effettivo? E' certo che da una condizione di prosperita' quasi nessuno vorrebbe fuggire se non per tessere scambi e relazioni o crescere ancora ma come fare ora dopo tutto lo scempio che si e' creato o si e' osservato in molte regioni della terra. Ero piccolo quando gia' parecchie voci, a volerle ascoltare, anticipavano che dalla disparita' sarebbero derivati, necessariamente, quasi come per un fenomeno di fisica elementare, grandi sommovimenti. Ci stupiamo? Spesso pare di si' e ci si infiamma con inviti alle divisioni, scontri, rotture che altro non fanno che preparare nuove guerre. "I poveri non ci lasceranno dormire" scriveva padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, ma purtroppo invece di renderci vigili e critici a molti scatenano la rabbia del sonno disturbato.
Pensateci voi buonisti, portateveli a casa! E' possibile che ci sia chi ama gloriarsi di uno spirito nobile e candido senza "oneri", ed il richiamo alla coerenza e' saggio almeno quanto infido (chi e' del tutto a posto con la coscienza?), ma il vivere sociale organizzato in un paese non prevede che sia il buon cuore a far funzionare le cose. Quello e' un di piu' straordinario e prezioso ma un paese nel suo complesso ha le risorse e gli strumenti per provvedere alle diverse necessita', anche se in maniera imperfetta. Auspicare una buona sanita' non richiede di andare a curare i malati personalmente. Chiedere giustizia non vuol dire andare a scovare i malviventi e punirli con le nostre mani. Fare con onesta' e dedizione il proprio lavoro la dove si e', con umanita, e' gia' molto e fondamentale.
Vedere l'autoalimentarsi di astio, cattiveria, odio nei discorsi comuni e nei mezzi di comunicazione accessibili a tutti e' desolante e da' il voltastomaco. Vi si trovano parole animalesche, barbare nel senso pieno, balbettii di un linguaggio un tempo civile, che non sfuggono a nessuna sana autocensura prima di essere espresse. Accolte poi e rese importanti sotto l'ala protettiva dell'autorita' che gode di questo fermento, che le coccola e prospera con le parole d'ordine della forza del ferro, della fermezza del capo che a noi italiani a ondate piace tantissimo, soprattutto quando la fermezza e per gli altri.
Mi spaventano molte parole buie e nere. Quando conosco chi le ha espresse resto perplesso nel prenderne le distanze perche' non voglio perdere la speranza che sia stato uno sfogo estemporaneo e realmente non pensato. Quante esagerazioni a volte si dicono! Quante maledizioni a chi parcheggia male o lascia la cacca del proprio cane in bella vista! Ma forse il problema e' proprio questo: che non si pensa, che si e' troppo leggeri a spandere veleno.
Saro' ingenuo, non mi accorgo che i poteri forti, i nuovi Savi di Sion ed il pensiero unico mi stanno manipolando. Non saro' cosi' astuto da scorgere la mano di chi complotta su di noi per renderci schiavi e far soldi (anche se tristemente c'e' sempre, davvero, chi prospera avidamente nella miseria piu' nera.)
Forse e' vero, saro' omologato ed indottrinato. Fra qualche settimana, mese, anno diro' che non ha avuto neanche senso perdere venti minuti a scrivere queste righe. Primo perche' non sono nessuno, non un potente, non un intellettuale stimato, e nel brusio generale aggiungo solo rumore che a nessuno importa; secondo perche' non avro' risolto niente; terzo perche' mi rendero' conto di aver scritto di getto stupidaggini banali e di vuota retorica, pur vergognandomi di certe immagini che vedo proposte in questi giorni. Pero' quando mia figlia avra' la possibilita' di capire vorrei che sapesse cosa pensava suo padre in quegli/questi anni in cui le sue speranze giovanili di una comunita' europea ed internazionale civile erano aggrediti pezzo pezzo.
Credo che a volte non sia banale dire da che parte stare.
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martedì 9 maggio 2017
Quattro regole d'oro per parlare
Gabriella Caramore nel retro di copertina del libro "L'alfabeto ebraico" di Paolo De Benedetti (Morcelliana, 2011) le definisce come le quattro stelle polari dell'ebraismo. Io, conclusa la lettura del libro, ne vorrei fare le quattro regole d'oro del pensare/parlare/scrivere:
1- Contemplare sempre un'altra interpretazione possibile, diversa dalla propria.
2- Aggiungere ad ogni affermazione un "se cosi' si puo' dire", facendo spazio a quella di altri, anche non espressa.
3- Mettere un tempo di sospensione tra la domanda e la risposta.
4- Insegnare alla propria lingua a dire "non so".
1- Contemplare sempre un'altra interpretazione possibile, diversa dalla propria.
2- Aggiungere ad ogni affermazione un "se cosi' si puo' dire", facendo spazio a quella di altri, anche non espressa.
3- Mettere un tempo di sospensione tra la domanda e la risposta.
4- Insegnare alla propria lingua a dire "non so".
![]() |
| Il teologo Paolo De Benedetti |
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lunedì 12 settembre 2016
Inaugurata la lettura in digitale
Dopo lunghi tentennamenti faccio il primo passo nella lettura in digitale. Il grande pro muoveva da una considerazione economica. Il grande contro era il tradimento dell'oggetto libro tangibile ed afferrabile.
Ad inaugurare la lettura in e-book è stato "Specie di spazi " di George Perec che, con parole che sento di aver pensato identiche, nel mo così saluta:
"Scrivere: cercare meticolosamente di trattenere qualcosa, di far sopravvivere qualcosa: strappare qualche briciola precisa al vuoto che si scava, lasciare, da qualche parte, un solco, una traccia, un marchio o qualche segno."
Ad inaugurare la lettura in e-book è stato "Specie di spazi " di George Perec che, con parole che sento di aver pensato identiche, nel mo così saluta:
"Scrivere: cercare meticolosamente di trattenere qualcosa, di far sopravvivere qualcosa: strappare qualche briciola precisa al vuoto che si scava, lasciare, da qualche parte, un solco, una traccia, un marchio o qualche segno."
domenica 24 luglio 2016
Il cielo sopra Berlino o la terra sotto il cielo - Parte 3
All'esterno
Non
riesco a trovare la Potsdamerplatz.
No,
credo sia qui.
No,
no. Non può essere.
Perchè
alla Potsdamerplatz c'era il Cafè Josty.
Ci
venivo il pomeriggio a chiacchierare e a bere un caffè.
Guardavo
la gente, dopo aver fumato i miei sigari da “Lohse & Wolff”.
Una
tabaccheria prestigiosa proprio qui di fronte.
Allora,
non può esser qui la Potsdamerplatz, no.
Non
si incontra nessuno a cui poter chiedere.
Era
una piazza animata.
Tram,
omnibus a cavalli e due auto: la mia e quella della cioccolata
Hamman.
Anche
i magazzini Wertheim erano qui.
E
poi, all'improvviso, là
sventolarono
delle bandiere.
L'intera
piazza ne era piena.
E
la gente non era più gentile
e
neanche la polizia.
Ma
non mi do per vinto
finché
non ho trovato la Potsdamerplatz.
Dove
sono i miei eroi?
Dove
siete voi, figli miei?
Dove
stanno i miei?
Gli
ottusi, quelli delle origini?
Chiamami,
o musa, il povero immortale cantore
che,
abbandonato dai mortali suoi uditori,
perse
la voce lui che,
angelo
del racconto,
è
diventato il suonatore d'organetto là fuori,
ignorato
e deriso,
alle
soglie della terra di nessuno.
Narrare
e vivere non possono mai essere del tutto cose distinte pena falsità
e pochezza. La stessa falsità e pochezza di certe omelie ed
esternazioni di pio sentimento. Il vecchio cerca la piazza dove
guardava la gente, dove fumava e beveva il caffè. Dove si
coinvolgeva secondo la sua indole e sensibilità prima che la gente
non smise di perdere la gentilezza con la cui fine fece sparire anche
la piazza, e gli uomini, e la ragione d'essere del cantore senza
uditori.
E
senza ascolto non si riesce neanche più a capire, a vedere.
Altra
scena
Solo
le strade romane portano ancora lontano,
sono
le tracce più antiche, portano più lontano.
Qui,
dov'è il colle?
Anche
la pianura, anche Berlino
ha
i suoi colli nascosti,
e
là soltanto inizia il mio paese,
il
paese dei racconti.
Perché
tutti, già da bambini,
non
vedono passaggi, punti e interstizi
giù
sulla terra e su nel cielo?
Se ognuno li vedesse
Se ognuno li vedesse
ci
sarebbe una storia senza assassini né guerre.
Finale
Nominami
gli uomini e le donne e i bambini
che
cercheranno me, il loro narratore,
cantore
e corifeo perché essi
hanno
bisogno di me
più
di ogni altra cosa al mondo.
Siamo
tutti sulla stessa barca.
L'ascolto
di un senso che illumini la noia, la desolazione, l'alienazione torna
essenziale. Senso che non è fine, immediato scopo, giustificazione
economica e funzionale, utilità tecnica1.
Senso e vita sono sulla stessa barca.
Appendice
La
parte non letta nel film dell'Elogio dell'infanzia di Handke
Quando
il bambino era bambino,
non riusciva ad inghiottire gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
il cavolfiore bollito,
ed ora mangia tutto, e non solo per necessità.
non riusciva ad inghiottire gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
il cavolfiore bollito,
ed ora mangia tutto, e non solo per necessità.
Quando
il bambino era bambino,
si risvegliò una volta in un letto estraneo,
ed ora gli accade sempre,
gli apparivano belli molti uomini,
e adesso soltanto in rari casi,
si rappresentava nitidamente un paradiso,
e adesso lo può al massimo intuire,
non riusciva ad immaginare il nulla,
ed oggi rabbrividisce al suo pensiero.
si risvegliò una volta in un letto estraneo,
ed ora gli accade sempre,
gli apparivano belli molti uomini,
e adesso soltanto in rari casi,
si rappresentava nitidamente un paradiso,
e adesso lo può al massimo intuire,
non riusciva ad immaginare il nulla,
ed oggi rabbrividisce al suo pensiero.
Quando
il bambino era bambino
giocava con entusiasmo
e adesso è così preso dalla cosa come allora
solo se questa cosa è il suo lavoro.
giocava con entusiasmo
e adesso è così preso dalla cosa come allora
solo se questa cosa è il suo lavoro.
Quando
il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.
Quando
il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano,
come solo le bacche sanno cadere.
Ed è ancora così.
Le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così.
Ad ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora più alta,
e in ogni città sentiva nostalgia di una città ancora più grande.
E questo, è ancora così.
Sulla cima di un albero,
prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi.
Aveva timore davanti ad ogni estraneo,
e continua ad averne.
Aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.
le bacche gli cadevano in mano,
come solo le bacche sanno cadere.
Ed è ancora così.
Le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così.
Ad ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora più alta,
e in ogni città sentiva nostalgia di una città ancora più grande.
E questo, è ancora così.
Sulla cima di un albero,
prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi.
Aveva timore davanti ad ogni estraneo,
e continua ad averne.
Aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.
Quando
il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone, come fosse una lancia.
E ancora continua a vibrare.»
lanciava contro l’albero un bastone, come fosse una lancia.
E ancora continua a vibrare.»
Peter
Handke
1Vedere
a riguardo il capitolo “Scopo e senso” in Romano Guardini,
L'opera d'arte, Morcelliana, Brescia, 1998
venerdì 22 luglio 2016
Il cielo sopra Berlino o la terra sotto il cielo - Parte 2
Biblioteca
1
Narra,
musa del narratore,
l'antico
bambino gettato ai confini del mondo
e
fa che in lui
ognuno
si riconosca.
Col
tempo quelli che m'ascoltavano
sono
diventati miei lettori
e
non siedono più in circolo
ma
ognuno per sé
e
nessuno sa nulla dell'altro.
Un
vecchio sono io,
di
voce stridula,
ma
il racconto si leva ancora dal profondo
e
la bocca lievemente aperta lo ripete,
con
forza e facilità,
una
liturgia dove nessuno va iniziato
al
senso delle parole e delle frasi.
Il
narratore invoca la musa perché faccia riconoscere ogni uomo nel
bambino gettato nel mondo. Che ispiri in ognuno il ritorno
all'infanzia curiosa e creatrice continua di senso. Un infanzia di
relazioni che si aprono, ben disposte a priori, feconde prima di
perdere la freschezza che porta a far sì che “nessuno sa nulla
dell'altro.”
La
narrazione del vecchio continua nella fatica non del suo farsi ma del
suo accogliersi. Il vecchio appare come voce del mondo, distaccato da
esso però. Preservato dai tumulti si dirà. Come se per guardare,
cogliere e poi dire con sapienza servisse una distanza, la forza per
allontanarsi temporaneamente dalle lotte di ogni giorno, dalle
fatiche, dalle ansie per cogliere non la superficie ma il profondo.
Narrare/scrivere
e vivere sembrano quasi dover allontanarsi perché o l'una o l'altra
condizione sia piena. Torna alla mente la celebre frase di Cesare
Pavese: “Ho imparato a scrivere, non a vivere.”
Biblioteca
2
Il
mondo sembra oscurarsi,
al
crepuscolo,
ma
io lo racconto, come all'inizio,
con
la mia cantilena che mi tiene in vita,
dispensato
dai tumulti dell'ora
e
risparmiato per il futuro.
Basta
con l'espansione del tempo
avanti
e indietro nei secoli.
Posso
pensare solo da un giorno all'altro.
I
miei eroi non sono più guerrieri e re, ma
i
fatti di pace,
uno
vale l'altro.
Le
cipolle messe a seccare buone come
il
tronco d'albero
che
porta attraverso la palude.
Ma
ancora nessuno è riuscito a cantare
un
Epos di pace.
Cosa
c'è nella pace che
alla
lunga non entusiasma e
che
non si presta al racconto?
Devo
darmi per vinto, ora?
Se
mi do per vinto allora
l'umanità
perderà il suo cantore.
E
quando l'umanità
avrà
perso il suo cantore
avrà
perso anche l'infanzia.
Quando
ritroviamo il vecchio narratore la seconda volta troviamo un'amara
constatazione: “Ma ancora nessuno è riuscito a cantare un Epos di
pace.” Questo è il centro della poetica del vecchio. Tentare di
narrare fatti di pace. Una nuova epica con tutta la sua forza, la sua
gloria che non ha però da celebrare vinti, vincitori e sangue.
Un'epica forse statica, silenziosa che fa fatica a smuovere gli
animi. L'unica però che vale la pena costruire e narrare.
Dietro
i lineamenti del vecchio mi immagino in trasparenza quella di
generazioni di gente semplice, umile dedica al lavoro e alla
famiglia, immagino i racconti dei miei nonni, immagino ciò che di
buono ogni giorno è stato fatto senza clamore, immagino parole di
conforto, perdono.
Immagino
le tradizioni delle figure dei saggi o la lontana leggenda, sorta
forse come mito per la condanna, dell'ebreo errante. L'uomo che, non
avendo riconosciuto il Cristo, rifiutandolo come molta parte del suo
popolo, viene condannato a vivere per sempre fino al suo definitivo
ritorno. La condanna a vivere quindi e a vedere le persone amate
abbandonarlo, la condanna a camminare sempre nell'attesa di
riconoscerlo e liberarsi ma anche la possibilità di conoscere, di
vedere, di non essere schiavo della velocità. Un'immagine che, non
badando al giudizio antisemita, fotografa la condizione dell'umanità
in sé. Esule continua, in cammino ma entusiasta più di dominio e
potenza che non d'epica pacifica senza eroi e guerrieri. L'epica del
paradiso perduto che l'umanità ed ogni uomo ha lasciato e lascia
ogni giorno. Il paradiso che non è altrove ma in terra, sotto il
Sole. E quindi ben più antica della maledizione della tradizione
dell'ebreo errante è quella della cacciata dell'uomo da leggere ed
interpretare ogni volta non nella letterarietà ma nel profondo.
Il
racconto della Pace è l'indagine sul reale al di là delle malattie
che lo insidiano. L'indagine che muove Qohelet nella desolazione del
non senso dove tutto è vanità. A riguardo è sempre essenziale
nella sua brevità un piccolo libretto del Cardinale Gianfranco
Ravasi (Qohelet
e le sette malattie dell'esistenza,
Qiqajon).
giovedì 21 luglio 2016
Il cielo sopra Berlino o la terra sotto il cielo - Parte 1
Pubblico nel blog alcune rapide riflessione scritte rapidamente ma tenute in sedimentazione da lunghissimo tempo. Possano far la loro strada e magari tornare per altre vie...
Un
po' di anni fa, non ricordo se avevo già finito il Liceo, ritagliai
dalle pagine di Repubblica delle fotografie naturalistiche per nulla
banali. Ne ricordo una in particolare: quella della coda di un grosso
rettile sopra una pozza d'acqua. Nell'articolo si parlava di un
fotografo brasiliano, Joao Salgado, che si era dedicato ad un
progetto fotografico dal titolo “Genesi”. Le immagini tratte da
questo lavoro, dal titolo chiaramente fondativo di un'opera che anela
ad un pubblico universale e di ogni tempo, erano foto in bianco e
nero, di grande forza. Sembravano arrivare da un tempo più antico
della storia. Evocavano scene che anticipavano la comparsa dell'uomo
e che lo rimetteva entro i suoi limiti di ospite ultimo e giovane di
una terra ben più antica.
Rimasi
molto colpito dalla carica di suggestioni di quel lavoro. Tenetti ben
a mente il nome di Salgado scoprendo poi gli altri suoi lavori
fotografici. Recentemente l'ho riavvicinato per altra via. Non più
attraverso le sue mute ed eloquenti foto ma grazie ad un
film-documentario che Wim Wenders gli ha dedicato volendo illustrare
la sua opera e la sua vicenda umana e artistica insieme. Un film
lento. Lento come ogni cosa che vuol insegnare il tempo per
l'ascolto, il silenzio, lo sguardo nelle cose. Ed un film a tratti
faticoso e duro da digerire per la partecipazione alle immagini di
maggior crudezza che Salgado ha raccolto nei suoi lavori di indagine
della realtà degli ultimi del mondo. Nei progetti fotografici in cui
si è trovato a narrare di migrazioni, fame, sofferenza e violenza.
Sì perché le fotografie senza parole raccontano e lasciano nel
tempo fermo dello scatto lo spazio per popolare quell'istante
infinito di riflessione, ascolto, domande.
Wenders
ha certo familiarità con il racconto per immagini. E come regista,
mi concedo un'osservazione senza pretendere perizia e conoscenza, ama
avvicinare la fotografia con lunghe scene ad inquadratura fissa e
quasi senza azione apparente.
“Il
cielo sopra Berlino” è un film che mi ha colpito con la stessa
intensità con la quale mi colpirono le foto di Salgado. Carico di
suggestioni e anche solo per il fatto di rimanere idealmente non
concluso, senza tener conto delle decine di voci diverse che per
frammenti lo popolano lasciando istantanee sulle loro vite, ha una
grande apertura che la sensibilità dello spettatore può “abitare”.
Mi
piacerebbe scriverne. Non ne voglio fare un commento. Non lo voglio
recensire. Non lo voglio analizzare. Vorrò parlarne per quello che è
riuscito ad ispirarmi. Ne scriverò senza rivederlo perché più che
la fedeltà e la correttezza ritengo importante ciò che conservo.
Ciò che io ho accolto e rielaborato magari traviando o fraintendendo
o mescolando ad altre cose che nel frattempo gli si sono andate a
sovrapporre. L'unica cosa concreta e ferma sulla quale mi voglio
poggiare sono le parole del film, che un tempo mi ero appuntato, ed
il testo della poesia “Elogio dell'infanzia” (Lied vom Kindsein)
di Peter Handke, che collaborò al film con Wenders, recitata
all'apertura e successivamente. Le parole che mi ero appuntato sono
invece quelle recitate da un anziano personaggio, un narratore. Il
personaggio del vecchio narratore mi è particolarmente caro.
In
apparenza sono parole distanti: parole dell'infanzia e parole della
fatica del tempo.
Così
si apre il film:
«Quando
il bambino era bambino,
se ne andava a braccia appese.
Voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente,
e questa pozza il mare.
se ne andava a braccia appese.
Voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente,
e questa pozza il mare.
Quando
il bambino era bambino,
non sapeva d’essere un bambino.
Per lui tutto aveva un’anima,
e tutte le anime erano tutt’uno.
non sapeva d’essere un bambino.
Per lui tutto aveva un’anima,
e tutte le anime erano tutt’uno.
Quando
il bambino era bambino,
su niente aveva un’opinione.
Non aveva abitudini.
Sedeva spesso a gambe incrociate,
e di colpo sgusciava via.
Aveva un vortice tra i capelli,
e non faceva facce da fotografo.
su niente aveva un’opinione.
Non aveva abitudini.
Sedeva spesso a gambe incrociate,
e di colpo sgusciava via.
Aveva un vortice tra i capelli,
e non faceva facce da fotografo.
[interruzione]
Quando
il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
Perché io sono io, e perché non sei tu?
Perché sono qui, e perché non sono lì?
Quando è cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio?
La vita sotto il sole, è forse solo un sogno?
Non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo,
quello che vedo, sento e odoro?
C’è veramente il male?
E gente veramente cattiva?
Come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare?
E che una volta io, che sono io,
non sarò più quello che sono?
era l’epoca di queste domande:
Perché io sono io, e perché non sei tu?
Perché sono qui, e perché non sono lì?
Quando è cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio?
La vita sotto il sole, è forse solo un sogno?
Non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo,
quello che vedo, sento e odoro?
C’è veramente il male?
E gente veramente cattiva?
Come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare?
E che una volta io, che sono io,
non sarò più quello che sono?
Le
parole della poesia evocano l'età che sembra essere perduta, ormai
lontana. “Quando il bambino era bambino” e ormai non più.
Mettono insieme con semplicità la leggerezza dell'infanzia, la
libertà e al tempo stesso la fantasia e lo sguardo vitale sulle
cose, ancora incantato. E nell'ingenuità incrociano grandi temi che
forse crescendo si tengono lontani perché stanchi del fatto di non
trovare mai la risposta ultima.
Sembra
quasi essere speculare al brano della prima lettera ai Corinzi di San
Paolo (1Cor 13,11-12)
“Quando
ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da
bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino.
Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora
vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò
pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.”
“Quando
sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino” dice San Paolo.
Sembra dire, nel contesto dell'intero brano, che come la condizione
dell'infanzia viene superata così quella dell'imperfezione della
nostra conoscenza sarà superata quando vedremo Dio. Ma non è forse
un ritorno a quell'infanzia, e non il suo abbandono, che nel Vangelo
ci viene indicato come via per il Regno dei Cieli? (Mt 18,3)
Nei
versi che aprono il film appare forte l'infanzia delle domande, della
capacità di incuriosirsi, di partecipare, del dubbio che non è
angoscioso. Versi che suonerebbero strani agli angeli del film,
guardiani e custodi degli uomini, perfetti ma distaccati, incapaci di
sentire e provare le esperienze umane.
Alle
parole dell'Elogio dell'infanzia seguono più avanti nel film quelle
che si possono ascoltare nella testa e nel pensiero di un vecchio
personaggio. Un anziano, Omero, che si riconosce come narratore. Non
del film ma narratore in sé. Lo si incontra all'interno della grande
Biblioteca di Stato di Berlino, quella dell'architetto Hans Scharoun.
Sono parole che richiamano l'antica epica e subito riappare,
introdotta dall'invocazione alla musa, il bambino.
La luce, a volte... e il segreto
Nel
leggere la raccolta poetica “La
luce, a volte”
dell'amico Filippo Davoli ho incontrato spesso tra i versi la parola
“segreto”. Mi sono fermato ogni volta a rileggere il verso che la
conteneva. Pensavo che presto avrei dovuto chiedere all'autore il
senso profondo, per lui, di tale parola. Sì, perché mi piacerebbe
sapere quale colore abbia per il poeta, quale memoria porta dentro,
quale storia la parola “segreto”.
Non
voglio indagarla eccessivamente, non voglio appesantire la libertà
di un verso, sezionarlo fino ad ucciderlo. Non posso però non
pensare al “segreto” insieme al suo doppio: “mistero”.
E
se il secondo termine, liberato dagli usi rimandanti all'occulto, mi
è sempre stato particolarmente significativo perché legato alla
profondità delle grandi cose come la vita, l'uomo, il senso di
questo mondo e la realtà di Dio (la parola usata per mostrare ciò
che, immensamente grande e profondo, non è per sempre e totalmente
conoscibile, perché sempre maggiore della nostra capacità, non
lasciandoci però impotenti e disperati nell'ignoranza ma vitali e
costantemente spinti all'apertura di un'esperienza sempre nuova), il
primo termine mi si è sempre legato a ciò che è negato, impedito,
custodito con la gelosia che respinge.
Rileggendo,
perché poco scorrevole, il paragrafo appena concluso, noto che mi
sono lasciato andare. Sono stato troppo netto nella distinzione dando
forse l'impressione di voler distinguere anche tra un valore
'positivo' ed un valore 'negativo'. I significati sono certo molto
più sfumati e nel correggere l'asprezza di quanto scritto penso
anche alle parole delicate del Vangelo che nel parlare di Chi “vede
nel segreto” certo richiama ad una più umile discrezione che
sembra rischiare di perdersi in mezzo a troppo rumorose fanfaronate.
Tornando
così alla dimensione del “segreto” più mite ed intimo, alla
confidenza tra amici, al segreto raccolto di una casa dietro le cui
mura spesso, passeggiando, riusciamo a cogliere solo l'alto dei
soffitti offerti dallo scorcio delle finestre, mi viene in mente il
tema dei giardini segreti: piccole oasi di quiete riparate da alti
muri. Nelle nostre città, precluse all'occhio dei curiosi, spesso si
offrono solo ammiccando con la sommità della vegetazione che
tracima. Cortili, patii, orti veri e propri. Non ne sappiamo quasi
nulla di solito. Non ne abbiamo la chiave. Sappiamo che si nascondono
dai nostri occhi. Spesso sono antiche resistenze alla fame
d'edificazione. A volte gabinetti antiquari di verde e reperti
statuari, a volte miniature di parchi frondosi. Spesso giardini
familiari.
Molto
più recentemente un architetto colto come Francesco Venezia (negli
anni '80) ha saputo indagare nuovamente il tema disegnando dei
minuscoli paesaggi di cui far esperienza a Gibellina, in Sicilia.
Piccoli giardini che oltre ad educare lo sguardo chiamando al
silenzio, come i piccoli chiostri monastici forse riescono a fare,
chiamano a guardare anche sopra l'orizzonte. In alto. Sopra il
ritaglio di terra1.
Lassù dove il segreto sembra svanire. Colto, poeticamente, dagli
angeli umani raccontati da Wenders o, molto più prosaicamente, dallo
sguardo tecnologico onnipresente che tutto registra e moltiplica in
un sovraccumulo di informazioni: l'occhio di Google Earth che mette a
nudo ogni nostra città e borgo. Che, dal cielo, rapisce l'immagine
di ogni fazzoletto di terra.
Ma
se, a terra, tornassimo difesi dentro questi piccoli giardini segreti
e, in pace, pensassimo che in realtà da lì ci potremmo davvero
riappropriare dall'ampiezza del cielo? Se non fossimo noi i guardati
ma, nel segreto, guardassimo? Se trovassimo il giusto silenzio, il
giusto tempo per usare i nostri di occhi e non delegassimo lo sguardo
a migliaia di artifici e schermi, forse potremmo vedere così:
Con
la sera
si
stancarono i due o tre colori del patio.
Questa
notte la luna, il chiaro cerchio, non domina il suo spazio,
Patio,
cielo incanalato.
Il
patio è il declivio
sul
quale straripa il cielo nella casa.
Serena
l'eternità
attende il crocevia delle stelle.
E'
bello vivere con l'amicizia oscura
di
un atrio, di una pergola e di una cisterna.
J.L.
Borges, Un patio (da Fervore di Buenos Aires, 1923)
1L'etimologia
di Tempio/Templum è legata ad un'antica radice indoeropea che vuol
dire “tagliare” affine al greco “témenos”: recinto sacro
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